04.12.10 – Cassazione SU Civili: anatocismo e prescrizione contratto apertura di credito

La Cassazione ha formulato i seguenti principi di diritto in merito ai rapporti banca – correntista.

- Sull’illegittimità dell’anatocismo annuale ha affermato che:

“L’interpretazione data dal Giudice di merito all’art. 7 del contratto di conto corrente bancario, stipulato dalle parti in epoca anteriore al 22 aprile 2000, secondo la quale la previsione di capitalizzazione annuale degli interessi contemplata dal primo comma di detto articolo si riferisce solo ad interessi maturati a credito del correntista, essendo invece la capitalizzazione degli interessi a debito previsto dal comma successivo su base trimestrale, è conforme ai criteri legali di interpretazione del contratto, ed in particolare, a clausole: con la conseguenza che, dichiarata la nullità della surriferita previsione negoziale di capitalizzazione trimestrale, per contrasto con il divieto di anatocismo stabilito dall’art. 1283 c.c. (il quale osterebbe anche ad un’eventuale previsione negoziale di capitalizzazione annuale), gli interessi a debito del correntista debbono essere calcolati senza operare capitalizzazione alcuna.”

- Sulla prescrizione, secondo la Cassazione:

“Se, dopo la conclusione del contratto di apertura di credito bancario regolato in conto corrente, il correntista agisce per far dichiarare la nullità della clausola che prevede la corresponsione di interessi anatocistici e per la ripetizione di quanto pagato indebitamente a questo titolo, ii termine di prescrizione decennale cui tale azione di ripetizione è soggetta decorre, qualora i versamenti eseguiti dal correntista in pendenza del rapporto abbiano avuto solo funzione ripristinatoria della provvista, dalla data in cui è stato estinto il saldo di chiusura del conto in cui gli interessi non dovuti sono stati registrati”.

Non può, pertanto, ipotizzarsi, il decorso del termine di prescrizione del diritto alla ripetizione se non da quando sia intervenuto un atto giuridico, definibile come pagamento, che l’attore pretende essere indebito, perché prima di quel non è configurabile alcun diritto di ripetizione.

Un versamento eseguito dal cliente su un contro il cui passivo non abbia superato il limite dell’affidamento concesso dalla banca con l’apertura di credito non ha né lo scopo né l’effetto di soddisfare la pretesa della banca medesima di vedersi restituire le somme date a mutuo (credito che, in quel momento, non sarebbe scaduto né esigibile), bensì quello di riespandere la misura nell’affidamento utilizzabile nuovamente in futura dal correntista. Non è, dunque, un pagamento, perché non soddisfa il creditore ma amplia (o ripristina) la facoltà di indebitamento del correntista; la circostanza che, in quel momento il saldo passivo del conto sia influenzato dai interessi legittimamente fin li computati si traduce in un’indebita limitazione di tale facoltà di maggiore indebitamento, ma nel pagamento anticipato di interessi. Di pagamento, nella descritta situazione, potrà dunque parlarsi soltanto dopo che, conclusosi il rapporto di apertura di credito in conto corrente, la banca abbia estratto dal correntista la restituzione del saldo finale, nel computo del quale risultino compresi interessi non dovuti, e, perciò, da restituire se corrisposti dal cliente all’atto della chiusura del conto.

(Corte di Cassazione – Sezioni Unite, Sentenza 2 dicembre 2010, n. 24418)

Tasso usurario

Inserito in: Senza categoria by Avv. Salvatore Taurino

25.05.10 – Cassazione Penale: determinazione del tasso usurario

La Cassazione ha elaborato il seguente principio di diritto: “Il chiaro tenore letterale del comma IV dell’art. 644 c.p. (secondo il quale per la determinazione del tasso di interesse usurario si tiene conto delle commissioni, remunerazioni a qualsiasi titolo e delle spese, escluse quelle per imposte e tasse, collegate all’erogazione del credito) impone di considerare rilevanti, ai fini della determinazione della fattispecie di usura, tutti gli oneri che un utente sopporti in connessione con il suo uso del credito. Tra essi rientra indubbiamente la Commissione di massimo scoperto, trattandosi di un costo indiscutibilmente collegato all’erogazione del credito, giacchè ricorre tutte le volte in cui il cliente utilizza concretamente lo scoperto di conto corrente, e funge da corrispettivo per l’onere, a cui l’intermediario finanziario si sottopone, di procurarsi la necessaria provvista di liquidità e tenerla a disposizione del cliente. Ciò comporta che, nella determinazione del tasso effettivo globale praticato da un intermediario finanziario nei confronti del soggetto fruitore del credito deve tenersi conto anche della commissione di massimo scoperto, ove praticata”.

Secondo la Cassazione “Tale interpretazione risulta avvalorata dalla normativa successivamente intervenuta in materia di contratti bancari. AI riguardo occorre richiamare l’art. 2 bis del D.L. 29/11/2008 n. 185, convertito con la legge 28 gennaio 2009 n. 2. Tale articolo al comma 1 disciplina le clausole contrattuali aventi ad oggetto la commissione di massimo scoperto, ridimensionandone l’operatività. AI comma secondo precisa che: “gli interessi, le commissioni, le provvigioni derivanti dalle clausole, comunque denominate, che prevedono una remunerazione, a favore della banca, dipendente dall’effettiva durata dell’utilizzazione dei fondi da parte del cliente (..) sono comunque rilevanti ai fini dell’applicazione dell’art. 1815 del codice civile, dell’art. 644 del codice penale e degli articoli 2 e 3 della legge 7 marzo 1996, n. 108,” in applicazione di tale normativa la Banca d’Italia ha diramato, nell’agosto del 2009, le nuove Istruzioni per la rilevazione dei tassi effettivi globali medi ai sensi della legge sull’usura. AI punto C.4 (trattamento degli oneri e delle spese nel calcolo del TEG) sono Indicate (sub 7) fra le varie voci da comprendere nel calcolo anche:
“gli oneri per la messa a disposizione dei fondi, le penali e gli oneri applicati nel caso di passaggio a debito di conti non affidati o negli sconfinamenti sui conti correnti affidati rispetto al fido accordato e la commissione di massimo scoperto laddove applicabile secondo le disposizioni di legge vigenti.” La disposizione in parola, per quel che interessa in questa sede, può essere considerata norma di interpretazione autentica del quarto comma dell’art. 644 c.p. in quanto puntualizza cosa rientra nel calcolo degli oneri ivi indicati, correggendo una prassi amministrativa difforme”.

Pertanto, conclude la Cassazione: “Alla luce delle considerazioni sopra svolte non possono essere censurate le conclusioni, in punto di diritto, a cui è pervenuto il giudice di merito che ha interpretato l’art. 644, IV comma, c.p. nel senso che la Commissione di massimo scoperto rientra fra gli oneri che devono essere presi in considerazione per il calcolo del Tasso Effettivo Globale riferito ai rapporti bancari oggetto del presente giudizio”.

La sentenza è integralmente consultabile sul sito della Cassazione.

(Corte di Cassazione – Sezione Seconda Penale, Sentenza 26 marzo 2010, n.12028: Determinazione del tasso usurario).

Secondo la Cassazione: “a seguito della modifica legislativa di cui all’art. 2, comma 1° lett. d), D.L. 08/02/07 n. 8, convertito nella L. 04/04/07 n. 41, anche nel caso di applicazione pena in relazione al reato di cui all’art. 6 bis L. 401/89 (come nella fattispecie de quo), andavano disposti: a) il divieto di accesso nei luoghi in cui si svolgevano le manifestazioni sportive (nonché negli altri luoghi indicati nel comma lo art. 6 L. 401/89); b) l’obbligo di presentarsi in ufficio o comando di polizia durante lo svolgimento delle manifestazioni, il tutto per la durata di un periodo da due a otto anni ed ai sensi dell’art. 6, comma 7°, L. 401/89, come modificato dal citato D.L. n. 8/07.
Trattasi di atto dovuto, sottratto a qualsiasi potere discrezionale del giudice”.

La Corte ha così annullato la sentenza del Tribunale limitatamente alla omessa statuizione del divieto di accesso e dell’obbligo di presentazione.

La sentenza è integralmente consultabile sul sito della Cassazione.

(Corte di Cassazione – Sezione Prima Penale, Sentenza 18 novembre 2009, n.44026: Applicazione della pena – Divieto di accesso allo stadio).

Il Garante Privacy ha affermato il diritto del convivente ad ottenere copia delle cartelle cliniche e dei referti diagnostici del paziente defunto.

Il Garante ha rilevato che “il ricorrente è legittimato ad accedere ai dati personali relativi alla convivente defunta ai sensi dell’art. 9, comma 3, del Codice che riconosce tale diritto, riferito a dati personali concernenti persone decedute, a “chi ha un interesse proprio, o agisce a tutela dell’interessato o per ragioni Leggi tutto »

La Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 30 del decreto legislativo 11 aprile 2006, n. 198 (Codice delle pari opportunità tra uomo e donna), nella parte in cui prevede, a carico della lavoratrice che intenda proseguire nel rapporto di lavoro oltre il sessantesimo anno di età, Leggi tutto »